Software Libero vs software pirata

“Perché mai dovrei usare Software Open Source? Io ho tutto il software che voglio gratis perché cracco tutto!”

Che frase sconfortante e purtroppo non così rara da sentir pronunciare, specialmente per chi con entusiasmo e passione cerca di far conoscere le meraviglie di GNU/Linux e del Software Libero agli amici… Ma da dove trae origine questo pensiero sub-culturale? E’ forse colpa della natura “criminale” di chi la afferma oppure è il sistema stesso ad essere criminogeno?

A nostro avviso è frutto della combinazione dei seguenti fattori:

  • Lo storico dominio (al limite del monopolio) di Microsoft nel settore dei personal computer, ciò che Mark Shuttleworth ha saggiamente marcato come Bug #1 di Ubuntu.
  • La forte e sempre crescente domanda di accesso agli strumenti informatici.
  • L’estrema (e spesso sospetta) facilità di ottenere software proprietario craccato.
  • La diffusa, ma molto spesso errata, convinzione che software-proprietario-costoso sia sinonimo di qualità.

Il primo punto è chiaramente fondamentale: il consumatore già dagli scaffali dei negozi deve trovare l’alternativa a questo sistema criminogeno. Un PC con una distribuzione GNU/Linux preinstallata (vedi rubrica “Comprare PC GNU/Linux“) già di per sé potrà offrire un panorama totalmente diverso, fatto di un’infinità di applicazioni gratuite ed Open Source da poter provare (da qui l’importanza di Software Center ricco e ben organizzato).

Il secondo punto è ormai un fenomeno inarrestabile, l’accesso agli strumenti informatici, al web e alla conoscenza sono ormai universalmente considerati diritti fondamentali dell’uomo. Il nostro compito è cercare di realizzarli attraverso strumenti liberi e aperti.

Il terzo punto è purtroppo un dato di fatto e non si risolve con l’inutile ed inefficace (e anzi spesso deleteria) repressione. Dispiace in particolar modo che una tecnologia preziosa per la diffusione virale dei dati digitali qual è il Peer-to-peer (P2P) sia ormai associata alla pirateria del software e dei contenuti. Solo una rivoluzione culturale può risolvere questa situazione.

Il quarto punto, tranne ormai che per poche applicazioni specialistiche, è abbastanza facile da smontare: un software realizzato da poche persone chiuse e timorose può competere con uno realizzato, passato al setaccio, implementato nelle funzionalità, migliorato nella sicurezza, ecc. costantemente da un team di migliaia (e potenzialmente milioni) di persone? Non c’è storia, ed è infatti un concetto molto ben presente nelle aziende tecnologiche di successo: l’Open Source è qualità, rapidi tempi di sviluppo e risparmio economico. Brutta cosa l’ignoranza, vero Signor Consumatore comune?

Dunque la nostra rivoluzione culturale deve partire da qui: rendere disponibili sul largo mercato strumenti liberi “by design” (sviluppare progetti open in ottica end user ed appetibili per i vendors, quindi supporto, certificazione, ecc.), migliorare la qualità del Software Open Source (contribuire allo sviluppo, alla documentazione, alla traduzione, raccogliere donazioni, studiare modelli di business sostenibili) e la facilità ad accedervi (Software Center e marketing).

Abbiate fiducia, presto a certe frasi potremo rispondere con una fragorosa e spiazzante risata 😉