Google Street View Car in Milan, Italy

La lezione che Google non vuole imparare

Facciamo alcune considerazioni partendo dal seguente aricolo:

Digital Privacy: Did Google Get Off Easy With $7 Million ‘Wi-Spy’ Settlement?” via Time, rubrica Business & Money.

Google se la cava a buon mercato (relativamente parlando) per chiudere il caso denominato “Wi-Spy” che la vede indagata per acquisizione illecita di dati attraverso le ormai celebri Google Street View Car, pagherà 7 milioni di dollari a 38 stati e al distretto della Columbia. Una cifra irrisoria secondo le associazioni americane di consumatori, considerando gli enormi ricavi di Google (50 miliardi di dollari solo l’anno scorso).

Di cosa stiamo parlando esattamente? Il caso nacque nel 2010 quando si scoprì che Google stava acquisendo dati dalle reti wireless non protette attraverso i veicoli utilizzati per il servizio Google Street View, che teoricamente dovrebbero solo fotografare le vie pubbliche delle città in tutto il mondo (e anche questo ha suscitato non poche polemiche, generando immagini che violavano la privacy, mostravano scene di nudo, ecc.). Questo episodio si è ben presto rivelato particolarmente inquietante in quanto i dati sottratti riguardano attività dei browser, traffico email e addirittura documenti medici e finanziari! Che uso ne è stato fatto? Google si scusa assicurando di non aver utilizzato queste informazioni “per i suoi prodotti” e che non lo farà mai più, ma certo.

Verrebbe da dire “l’occasione fa l’azienda ladra” e qualcuno potrebbe bacchettare pure gli incauti cittadini (uffici, aziende…) che tengono aperta la propria rete, come se trovare una casa con la porta aperta legittimasse lo svaligiarla. Il nostro discordo in realtà è questo: “è il modello di business che fa l’azienda ladra”, quindi il discorso non riguarda solo Google ma tutti quei provider di servizi web cosiddetti “gratuiti”, in cui l’utente non paga perché è lui stesso il prodotto in vendita. Abbiamo visto poco tempo fa una vignetta che ritraeva questo concetto in modo molto efficace, due maiali in un recinto che si dicevano “che bello qui: ci danno da mangiare, ci puliscono, ci accudiscono e tutto gratis!”. Già, tutto gratis. Gli utenti sono talmente abituati a ricevere servizi gratuiti (senza porsi tante domande) che diventa addirittura intollerabile che un servizio diffusissimo come Whatsapp (che pure presenta molteplici criticità per la privacy) ponga un costo di utilizzo di pochi centesimi l’anno.

Come possiamo pensare che un’azienda possa tutelare la nostra privacy se la fonte del suo guadagno deriva, per così dire, dalla violazione della stessa?

L’utente viene “dossierato” al fine di ricevere pubblicità perfettamente mirata o di prendere parte ad indagini di mercato. Questo tipo di business non fornisce solamente un equo guadagno ai provider, ma li trasforma presto in colossi del web dai guadagni stratosferici.

Qual è dunque il succo del discorso? Sensibilizzare gli utenti sembra una causa persa in partenza… Ci sono anche tanti servizi web alternativi e liberi da conoscere e provare ovviamente, ma facciamo un passo oltre, guardiamo alla lampante opportunità:

Qualunque competitor puntasse a fornire un servizio (di qualità) rispettoso della privacy dei propri utenti avrebbe la strada spianata.

Il nostro esempio più efficace per dimostrare questo concetto è sempre quello di DuckDuckGo, un motore di ricerca, una piccola startup innovativa che sta facendo sempre più notizia e, aggiungiamo noi, scuola. Oltre a lavorare su risultati di ricerca migliori (e a puntare sulle tecnologie Open Source), questa startup fonda la sua strategia di marketing sulla comparazione con Google, puntando il dito sulle attività di tracciamento degli utenti e sul filtraggio dei risultati.

Non sappiamo quanto questa piccola azienda crescerà, ma ciò che è evidente è che questo modello funziona. Quindi cari aspiranti imprenditori di voi stessi, mano alle tecnologie Open Source e fatevi largo! 😉